valérie buffetaud

macchie di rosso, bianco, grigio e nero; scritture a inchiostro, dropping, piccoli disegni, cartoncini a grana grossa, cartoncini bristol strappati e riassemblati; qualche lacerto di immagini ricavate da fotografie, giornali, immagini diverse; illustrazioni realizzate vicino alle parole, come si faceva nei manoscritti miniati. tagliare, strappare e incollare la carta o il cartone sono azioni che si combinano nella cifra stilistica dell’espressionismo americano, che già mischiava al collage tecniche differenti, sino all’inserimento di elementi presi in prestito dal mondo reale. qui però è la carta prima di tutto: niente vetro, o objets trouvés, niente scarti alla schwitters. Pochi gli elementi extra-pittorici, non è un’arte ‘fatta con tutto’. quelle di franco zabagli - grandi pagine cariche di ghirigori, ricami di scritte, macchie che si fanno sempre meno figurative e più liriche, emotivamente coinvolgenti - paiono incursioni in quella disciplina complessa della comparazione fra parola e immagine (le due diverse modalità del vedere e del dire umano) che attraverso un percorso di progressiva astrazione e simbolizzazione concorrono a ricreare un ritratto, figurato e scritto, che, a ben vedere, è quello del loro autore. alle carte e ai cartoncini ritagliati, resta infatti impigliata una memoria, non solo in quanto essi stessi prelievi dal reale, ma per le continue citazioni di letture assimilate, di parole amate e scolpite nel profondo, che trasformate in calligrafia non perdono comunque di significato. carte trovate o piuttosto ritrovate, che descrivono paesaggi da idealizzata arcadia virgiliana, memorie attutite, luoghi perduti.

elisabetta fadda

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